Skip to content
narrow screen wide screen auto screen Increase font size Decrease font size Default font size blue color orange color green color

Sezione di Nichelino - 'Antonio Pairetto'

 

Il Purgatorio

 

Anonimo poeta italiano
AD 2009

 

 

Viaggio a Trento.  

Una anonimo poeta rivive i momenti immediatamente successivi al rientro a casa.

     

 

CAPITOLO I 

 

 

Martedì 2 giugno, di ritorno dal faticoso torneo trentino persi i sensi e mi risvegliai, dopo tempo indefinito, in questa valle.

 

Davanti a me un monte molto alto, una cima lontana ed un vento gelido e pungente.  

 

Nessun raggio di sole, ma una fioca luce illuminava accanto a me un’ombra, una figura che non riconobbi subito, ma che mi ispirò subito fiducia con il suo sorriso, la sua Bici “ho paura che me la ciulano” mi disse poi, e la sua riga di lato.

 

Ho capito subito che il Presidente Olinto mi avrebbe accompagnato per il difficile viaggio che mi aspettava.  Capii in quel momento che il destino mi aveva riservato una guida, un maestro, per  la nostra destinazione finale: il luogo dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno.

 

Con terrore appresi che eravamo al cospetto del monte del Purgatorio. “Perché mio Presidente al purgatorio? Quali sono le nostre colpe? Chiesi io.

Ed Egli a me:”eh Giovanni, siamo partiti in pochi per Trento e non sapevamo quale sorte il destino ci aveva riservato. Abbiamo passato il primo turno come 3° ripescata senza sconfitte sul campo, ma con una vittoria e due sconfitte ai rigori ed un’unica impresa nei tempi regolamentari contro Saronno. Lassù non sono molto soddisfatti di noi. Io Liel’ho detto ma non hanno voluto sentir ragioni. Io d’altronde c’ho due palle sole!  

 

 

CAPITOLO II 

 

 

Ci incamminammo, io dietro la graziella diretta dalla mia guida, finché non cominciammo la scalata.  

 

Dopo pochi metri un rumore assordante mi invase i timpani. Non capivo più niente, fui sul punto di perdere i sensi finché, stringendo fortissimamente i palmi delle mani sulle orecchie, riuscii a riprendere contatto con la realtà.

 

Tenevo gli occhi socchiusi quanto il rumore era forte e penetrante.  Vidi ad un certo punto altre facce conosciute. Amici sofferenti con le mani mozzate, urlanti dal dolore per il forte suono che invadeva senza ripari il loro corpo.

 

Le loro orecchie sanguinavano e le loro facce esprimevano sconforto e dolore. “Filippo, Claudio, Paolo, Ferdy, Marco. Anche voi qui, ma cosa è successo?” Mi rispose Filippo, strisciava verso di me implorandomi di coprirgli le orecchie con pagliericci di fortuna.

 

Caro amico siamo qui nell’anti purgatorio. Non abbiamo partecipato al torneo abbandonandovi ad un incerto destino e la nostra punizione sarà tremenda. Dovremo stare qui, con questo terrificante suono a flagellarci. Questo che senti è il vice Presidente Antonino che dorme. Il suo profondo russare, che già tanti danni ha causato al povero Lucarelli in quel di Trento, ci impedirà di riposare la mente per un periodo pari a 30 volte la nostra giovane vita. Converrai quanto la morte sia pena meno dolorosa, ma ci rallegriamo vedendo che c’è chi sta peggio di noi. Egidio laggiù, doppiamente traditore in quanto capitano, oltre patire questo dolore, è strozzato con la sua stessa fascia di leader, che tanta fatica e capelli gli è costata”.  

 

Girai lo sguardo a vidi Egidio, paonazzo strozzato dalla sua fascia di capitano e assordato come tutti dal profondo respiro del dormiente Antonino. 

 

Intervenne quindi la mia guida Olinto:”chi ha cambiato le marce? Disonesti! Giovanniii, lasiali perdere quelli lì. Sono poco seri. Non ragionar di loro, ma guarda e passa”.  

 

 

CAPITOLO III 

 

Cominciamo allora la salita per il monte che ci avrebbe condotti alla Verità, mentre la mia guida continuava ad indottrinarmi sulle difficoltà che avrei dovuto affrontare nel sopportare il flagello dei miei compagni.  Ad un certo punto mi parve di essere giunto ad un altopiano e vi scorsi un’ombra.

 

Un ombra di media statura, media corporatura, media lunghezza dei capelli, con una camicia da medio impiegato, con dei boxer di un medio colore celestino, con medi bottoni, di misura media ed una maglia da mediano.

 

Portava delle medie ciabatte da mare e con media andatura mi si avvicinava parlandomi con voce di media intensità. Capii solo in quel momento di essere giunto al cospetto dell’Angelo dell’Umiltà: Medioman Roberto Guly, che mi stava dando il benvenuto (con medio entusiasmo) alla prima cornice del  Purgatorio: quella dei Superbi.  

 

Guly, Angelo dell’umiltà? Tu? Come mai?”chiesi appena riconosciutolo. “

 

Durante l’ultima partita, quella che ci è costate l’eliminazione con Fermo, ho preso molte botte. Scontri fortuiti dove gli amici Fermani non tiravano certo indietro la gamba, ne i gomiti, ne le ginocchia, ne le mani, ne la testa. Ho subito tutti i colpi senza mai una reazione ma con accondiscendenza e pazienza”. “ma scusa,” ripresi io,  “se l’ultimo giorno hai rotto il naso ad un collega di altra sezione solo perché bussava mentre eri al bagno!“quella storia è stata chiarita ed io ne uscito immacolato. Tanto che “Lui” mi volle qui, come angelo dell’umiltà a controllare i superbi in redenzione”. 

 

 Complimentatomi con Roberto per il ruolo raggiunto nella gerarchia del regno di mezzo (o medio) mi sono addentrato nella prima cornice, dove scorsi subito Alessandro “sborone” Guida ed il nostro amato Mister Venturo. Entrambi, colpevoli di superbia, erano condannati e giocare allo schiaffo del soldato.

 

Essendo in due chi stava sotto subiva ogni volta un forte colpo dall’altro, che però era condannato in saecula saeculorum ad essere scoperto (in quanto unico giocatore) ed a finire sotto al giro successivo. “Alessandro, Mister! Cosa vi ha portati qui?” mi affannai a chiedere, ed il primo mi rispose: ”la seconda sera, lunedì, ho reagito molto male al battesimo che la squadra ci ha tenuto a regalarmi. Una volta scaraventato a terra e trattenuto, non mi sono prostrato come dovevo ai calci ed ai pugni che tutti mi hanno donato in cambio della mia affabile presenza. Subìte le benevoli violenze sono andato in camera offeso rifiutando di partecipare alla serate di premiazione organizzata dalla Sezione di Trento, ed al successivo secondo round del battesimo che la squadra aveva organizzato per me. I miei rapporti col mister sono stati improntati al rispetto ed alla collaborazione reciproca fin da subito. Seduti allo stesso tavolo con noi, anche tu hai potuto notare l’evoluzione dal: Guida tu stai zitto!, con cui il mister mi redarguiva ad ogni parola il primo giorno, alla dolcezza paterna con cui mi insegnava a togliere le spine dalla trota l’ultima sera e mi spiegava l’importanza di non usare espressioni tipo: mi fa schifo, riferite a cibi, ma ripiegare sulla più educata: non mi piace. La mia condotta è stata inqualificabile al cospetto di questo mio esempio di vita, esempio di rettitudine e guida  nelle difficoltà del torno. La mia pena è comunque insufficiente”.

 

Intervenne poi il mister, leader carismatico a cui la colpa di superbo proprio non si addiceva. “che hai combinato Venturo?” Mi rispose in lacrime “ricordi la seconda partita con Lecco. Dovevamo vincere per forza ed anche a causa dell’incessante pioggia prendemmo quel gol beffardo sul rimpallo del palo (Purci dormiva come sempre). Io entrai al posto di Guida e ti mandai a centrocampo, prendendo in mano le redini della difesa. Dopo due lisci, tre falli e un paio di contropiedi che non sono riuscito ad arginare, mi sono arreso e quasi in preda ad un infarto ti ho rimandato dietro a difendere. Ho chiesto troppo al mio fisico e la punizione è esemplare. Fino al giudizio universale dovrò stare qui con Alessandro. Mandatemi a sentire Contino russare, vi prego!”. 

 

A quelle parole intervenne la mia guida “eh già bravo te. Ma io te l’avevo detto. Giovanni, liel’avevo detto, ma lui niente, ha voluto fare di testa sua, come suo solito. Venturo, sei proprio degno figlio della tua terra dal vino nuovo”(traduzione: sei originario di vinovo). 

 

Salutati i due condannati mi sentivo affranto per le esemplari punizioni fin qui scorte, ma proprio allora fui avvicinato da un personaggio con il volto ricoperto completamente da migliaia di bollini blu, quelli delle banane Chiquita per intenderci, che gli lasciavano libere le sole narici per respirare (anche se in quanto anima non ne aveva bisogno).  

 

Il pizzetto e la rumorosa risata immotivata mi fecero subito capire di fronte a chi mi trovavo e mi sentii in dovere di gridare all’errore giudiziario.  “Lucarelli tu no! Tu non puoi essere nella cornice dei superbi. Perché mai? Si tratta di certamente di un errore” toltosi qualche decina di bollini dalla bocca, il buon Lucarelli prese a raccontare intervallato dalla sua risata rumorosa. “tutta la provincia trentina è ora piena di etichette del Toro che ho simpaticamente attaccato su tutto ed addosso a tutti in questi tre giorni. Il Torino, fresco di retrocessione, mi costa una pena atroce. Fino al giorno del giudizio universale (o della risalita del Toro in A, avvenimento di certo più remoto del primo) sarò ricoperto di questi adesivi sul viso, e così conciato  giocherò un torneo di calcio balilla con un babà e un tortellino. Batterò sempre il babà in cambio di prestazioni sessuali ma perderò sempre con il tortellino, così che sia per me sempre vivo il ricordo di chi ci ha regalato speranze (il Napoli alla terz’ultima) e chi ci ha condannato definitivamente alla retrocessione (il Bologna). Forza Tor.ff off uff …”

 

Capii che la pena dell’amico Lucarelli non si esauriva nel suo racconto, ma sarebbe stato impossibilitato ad urlare incitamenti alla sua squadra finché questa fosse restata in serie B, come punizione per la presunzione finora mostrata. “Presidente non è giusto! Facciamo qualcosa per Lucarelli”. “Giovanni, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e non rompere i collioni”. 

 

Riprendemmo a salire ed il mio cuore era molto colpito dal destino di Lucarelli, ma soprattutto mi chiedevo una cosa: pieno di bollini in faccia, a contatto con un babà che abusa di lui e senza poter gridare forza Toro. Cosa cazzo c’avrà ancora da ridere?!   

 

 

 

CAPITOLO IV

 

 

 

Vidi in quel momento l’ombra di un cerchio, anzi di una sfera che mi si avvicinava.  

  

Mi inginocchiai certo che l’Altissimo si stesse materializzando innanzi a me per spiegarmi il motivo che lo ha spinto a scegliermi per questo misterioso viaggio

  

La mia Guida presidenziale però non si fece ingannare e subito lo redarguì:”Christian. Te l’ho detto di mangiare meno, sei un pallone ormai, vergognati!”

 

Era Christian, metronomo di un centrocampo senza metà, che mi accoglieva nella seconda cornice.  Ero convinto di essere giunto nel luogo di redenzione di coloro che peccaron di gola, ma mi sbagliavo. Christian subito mi spiego con voce fioca, spezzata da lamenti, che mi trovavo innanzi alla punizione degli Invidiosi.

 

“Giovanni, ricordi lunedì mattina? Felici per il passaggio del turno, io, te, Purci, Adriatik, Lucarelli e Guly, andammo in giro per il ridente paesino che ci ospitava (Cavalese). affascinati dal bellissimo panorama scorgemmo una cartello che indicava una cascata. Ricordi? Ci hai fatto fare oltre 3 chilometri in discesa per vedere una stupida cascata, con la prospettiva di dover tornare facendoci 3 chilometri in salita. Ti odiai! Al ritorno poi io e Lucarelli vi anticipammo e voi, facendo autostop, foste caricati da un simpatico omino del luogo che quando ci sorpasso non solo non si fermo, ma ci suonò anche il clacson in gesto di scherno, condannandoci al ritorno solitario ed in salita. Invidiai la vostra fortuna”.

 

Poco convinto da tali affermazioni volsi uno sguardo severo allo spirito palla che mi parlava. “Vabbè dai, non è vero, non sono qui per quello, è che ero arrapato dalla tipa che ha puntato Diego. Ho capito fin da subito che avrei avuto buone chance, da quando mi ha visto in costume in sauna e mi ha detto che avevo un fisichino non male.  Convinto da questa vera ragione mi domandai quale fosse la pena ed il perché dei lamenti.

 

“Sono condannato a sostare qui, nella seconda cornice, dove è stato allestito il set di un film porno con attrici bellissime e molto sexy. Il film è il remake de “La vita è bella” versione hard. Il titolo infatti è:”la vita è bella, ma anche i fianchi, il seno e tutto il resto non scherzano”. Lla sceneggiatura riprende quella del film di Benigni. Nel primo tempo l’amore trionfa, in tutti i sensi e modi, ma nella seconda parte mi catturano e subisco le peggiori violenze e torture da parte dei miei carnefici”. Pensai che tra gli altri Christian fosse stato ancora fortunato, seppur condannato alle peggiori e più indicibili violenze nella seconda parte, si poteva rifare con le bellezze a sua disposizione nel primo..

 

“bhe dai, poteva andare peggio” gli dissi. “Il problema...” riprese lui “ è che ogni volta arrivo tardi sul set. La prima parte quindi l’hanno già girata con la controfigura, a me spettano sempre e solo le scene in cui mi torturano. Sono condannato ad arrivare sempre in ritardo e per quanto corra e desideri quelle attrici, non arrivo mai in tempo.”.  

 

Non riuscii a trattenere le lacrime. Ero colpito nel profondo. Tale pena non è augurabile nemmeno al peggior nemico.

 

Le scene di tortura si possono sopportare, ma arrivare sempre in ritardo per le riprese più piacevoli è impietoso. “Cosa ti trattiene dal giungere in tempo”  chiesi infine “vado da Adriatik, su nell’ultima cornice, a chiedere scusa per il battibecco che abbiamo avuto durante una partita. Ed il chiarimento che segue mi trattiene sempre più del dovuto”.   

 

 

 

 

 CAPITOLO V 

 

 

Sollevato dal il fatto che almeno i rapporti tra i compagni di squadra sono più saldi che mai, riprendo la mia salita accompagnato dal mio Presidente:

 

Giovanni, io te lo dico perché lo sai che sono corretto. Le scene che vedrai d’ora in avanti sono molto forti. Ho provato fino all’ultimo a salvarti ed evitarle ma non hanno avuto pietà. Sali sulla canna che ti porto su” Giunto sull’ennesimo altopiano una cortina di fumo denso mi oscura la vista.

 

La puzza di sigaretta la riconosco subito e mi toglie il respiro. Sono avvicinato da due personaggi, entrambi con il cappellino ed entrambi con tre sigarette in bocca. A fatica, con gli occhi aperti a fessura, riconosco i due fratelli. Gianluigi, ultimo corso e subito arruolato per il torneo, ed il più noto Vincenzo.

 

“Ragazzi”, chiedo loro “ma da quando fumate? e cosa ci fate qui, dove ci troviamo?” e loro a me“siamo nella terza cornice. Quella degli iracondi. Siamo stati condannati per la nostra violenza sul terreno di gioco. La classifica del nostro girone ci vedeva terzi, siamo stati ripescati noi invece che altri, a parità di punti, gol fatti e subiti, solo per il minor numero di cartellini ricevuti. Noi non abbiamo subito ammonizioni, ma solo per la benevolenza delle terne che abbiamo incontrato, in quanto abbiamo menato come fabbri chiunque passasse dalle nostre parti”. “E le sigarette che c’entrano?”

 

“Le stecche che abbiamo dato in campo dobbiamo ora fumarcele. Siamo condannati a fumare finché non avremo raggiunto un numero di stecche (di sigarette) pari a quello delle stecche (botte) date in partita”.

 

Tremendo, ma ancora peggiore era l’altra pena inflitta a Vincenzo che grondava liquidi dalla testa ai piedi “e per quale grande colpa sei punito con questa sudorazione esagerata?” chiesi. “no questa non è una punizione, sono io al solito”. Incredibile, pensai. La mia agonia non era finita.

 

Fui raggiunto in quel momento da 6 personaggi tra cui ne riconobbi uno, o meglio, mi sembrò di riconoscerlo in quanto credevo fosse impossibile si trattasse proprio di lui. Giuntomi di fronte, mentre gli altri si fermarono pochi passi indietro, mi fissò. Gli attimi sembravano eterni, era livido e con alcune escoriazioni, ma non c’era dubbio: era lui, ero Io. “cosa fai qui e chi sono loro? Anche tu tra gli iracondi? Cosa è successo, Presidente spiegami almeno tu”. Lo spirito, il mio stesso spirito, mi abbracciò e cominciò poi a spiegarmi questi che vedi qui dietro di me sono San Nicola, San Paolo, San Siro, San Bartolo (che non fu mai fatto stadio) ed Olimpico (che non fu mai fatto santo). Sono qui con me, tumefatti anche loro, perché pare che io, durante le varie partite che si sono susseguite in questi giorni, li abbia nominati più volte, sopratutto quando mi hanno annullato un gol per fuorigioco inesistente. Sono quindi caduti quaggiù richiamati dalle mie imprecazioni e cadendo si sono feriti”. 

 

Cominciai a fischiettare fingendo di non capire mentre i 5 mi guardavano in cagnesco. Lo spirito prosegui “ora ci siamo chiariti e le mie ferite non sono causa loro, ma di quegli altri laggiù”  mi indico una trentina di personaggi dalle età varie, uomini, donne, ragazzi, che si azzuffavano in un continuo. Mentre uno di loro con stampella e gesso, tirava botte a destra e a manca. “Chi sono?” domandai.  sono gli associati di due sezioni partecipanti al torneo che stanno finendo di chiarirsi. Dopo essersi quasi chiariti in campo hanno proseguito il chiarimento nel nostro albergo, con tanto di carabinieri chiamati a dividere, feriti e denuncie. Diciamo che nella tre giorni trentina c’è stato un po’ di movimento. Per la mia colpa sono condannato a partecipare alla rissa fino a completa espiazione”. Dette queste parole mi abbandonò con gli altri cinque e tornarono a caricare i rissosi di prima, con colpi di una violenza esagerata. Fu un duro colpo scoprire che anche io, anima pia, pacifica, candida e buona, sono stato destinato alla cornice degli iracondi. Una palese ingiustizia.   

 

 

 CAPITOLO VI 

 

 

Ero a pezzi. Stanco, scoraggiato e dispiaciuto per il destino mio e dei miei amici.  

 

Neanche mi accorsi di essere osservato da un losco figuro in lontananza adagiato su un amaca. Quando lo vidi mi fece cenno di raggiungerlo. Lo riconobbi subito e un moto d’ira si acese in me (tanto ormai ero condannato).

 

“Tu! Cosa vuoi?” “mi porti quella lattina per favore” disse lui. “tieni! Adesso devi spiegarmi come hai fatto? Di nuovo!” “aspetta aspetta, mi passi il telecomando?” ed io sempre più arrabbiato “tieni! Però ora devi dirmelo! Nessuno, di nuovo nessuno. È incredibile”  aspetta aspetta mi porti quella mela sull’albero” grondavo rabbia “tieni! grrrrrr adesso mi vuoi spiegare?”“ma non c’ho voglia.... “ capii in quel momento dove mi trovavo.  

 

Ero alla quarta cornice, quella degli accidiosi. “no! Purci, mi devi spiegare come hai fatto a non parare manco uno dei quindici rigori subiti. Destra, sinistra, centrali, alti, bassi. Ti spostavi sempre dalla parte sbagliata!!! Sei migliorato molto in porta con alcune parate spettacolari tra cui il mio quasi autogol. Ma sui rigori devi ancora lavorare molto. Anzi, si proprio ‘na schifezza!” mi rispose senza scomporsi Sì lo so, infatti per la mia perpetua incapacità sui rigori sono condannato a restare qui sopra per sempre senza possibilità di riscatto con il culo cucito a quest’amaca. Mi porti un’aranciata fresca per favore?” “no, tu ora ti alzi, altrimenti ti prendo a calci...” “come a quello lì?” ci interruppe il mio spirito guida indicandomi ad alcuni metri di distanza due personaggi, uno dei quali prendeva a calci nel sedere l’altro.

 

Riconobbi nel primo (quello che colpiva) uno dei simpatici camerieri dell’hotel che ci ha ospitato nella tre giorni trentina, e nell’altro un amico, o quel che ne restava dopo tutti quei calci nel sedere.  Riconosciutolo intervenni prontamente, deciso a difendere l’onore dell’amico Diego, ed a capire perché anche un buono come lui fosse stato condannato alla pena degli accidiosi. “Diego amico mio, cosa è successo?” “Giovanni, qui mi accusano ingiustamente. Ho provato a spiegarglielo che non mi piaceva, che de gustibus non disputandum est, ma il cameriere qui presente  dice che a caval donato non si guarda in bocca”.

 

Fuor di metafora capii subito che il povero Diego pagava i tentennamenti avuti nei confronti di una simpatica ammiratrice che ha cercato di sedurlo. Per punirlo del suo immobilismo, è colpito da perpetui calci nel sedere. “Mica solo quello...” mi confermò il presidente Olinto”... mi ha detto un amico che ho in Paradiso che d’ora in poi Diego potrà parlare solo per metafore e proverbi. Tutto ciò per punirlo della poca chiarezza avuta nei confronti della fanciulla”.  Diego cercava di scappare ma il super calcio dell’amico cameriere lo raggiungeva ovunque. “no no, lasciami stare, no né colpa mia, è che è successo tutto così velocemente. Non sapete che la gatta frettolosa ha fatto i gattini ciechi? Poi anche lei si è posta male. Lei mi pretendeva, ma l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del Re”. Tutto inutile, il povero Diego continuò a subire senza pietà, ed io non ci potevo fare nulla.  

 

 

CAPITOLO VII 

 

Presidente, sono molto colpito. A tuo parere una vittoria a Cesena ci potrà salvare?”

 

“Giovanni, io mi sto muovendo, per me siete tutti come figli, ma come ti ho già detto, io solo due palle c’ho, siete voi che andate in campo, datevi da fare. Il cielo copra di noi era sempre terso. Volgendo lo sguardo alla cima mi resi conto che lassù ci avrebbe atteso la luce, ma per ora una fioca illuminazione azzurrognola permetteva a malapena di distinguere le ombre. Proprio in questo contesto di semi oscurità perenne fui avvicinato da 3 personaggi. “chi siete voi? Non vi conosco?”

  

Salve anima in pena, siamo Liam Howlett, Keith Flint, Maxim Reality e  siamo stati mandati quaggiù dall’Altissimo. Non sappiamo quali pene dovremo espiare né perché, ma ci rimettiamo al volere Divino” compresi subito la realtà e mi affrettai ad informarli della buona novella “ragazzi ci deve essere un errore. Se i miei calcoli sono esatti qui siamo alla quinta cornice, dove sono in redenzione gli avari ed i prodighi. PRODIGHI ragazzi... non PRODIGY. voi siete i Prodigy. C’è stato un fraintendimento, non è questo il posto per voi”.  

 

Rincuorati i tre amici si allontanarono e potei finalmente riprendere il mio cammino con il Presidente quando riconobbi l’amico Matteo, che, posizionato in coda dietro altre anime, non riusciva più a muoversi, ne avanti, ne indietro. “Matteo, perché tu qui? ti sei impegnato per trovare  il carretto porta borse e rendere il viaggio più agevole per tutti noi, hai pagato il pedaggio aumentato per questo, hai regalato caramelle, hai dato preziosissimi consigli pratici sulle donne ai giovani del gruppo. Dove hai peccato in avarizia?

 

Mentre terminavo la mia domanda capii che non per avarizia Matteo era qui, bensì per l’eccessiva prodigalità. “dove porta questa strada che vi apprestate a percorrere?” chiesi. “Quando sono arrivato...” Rispose lui in lacrime “...mi è stato detto che questa strada mi avrebbe portato alla salvezza eterna ma da quando sono qui non sono riuscito a muovere un solo passo in avanti a causa della coda. Esattamente come martedì sulla via del ritorno, quando ho svicolato dall’autostrada per tagliare verso Peschiera del Garda,  ma ho avuto come unico risultato una coda che ci ha bloccati per un ora. Allora il risultato fu che mentre tutti tornavano a casa per l’ora dell’aperitivo, noi siamo arrivati per il dopo cena. Questa volta non so quanto dovrò restare qui. Aiutami, quest’attesa mi uccide”. Intervenne quindi la mia guida, che poco comprensiva lo redarguì bruscamente “adesso hai capito che si prova ad aspettare per tagliarsi i capelli da te? E la sigaretta, e l’amico, e la battuta. Adesso attenderai anche tu, per tutto il tempo che hai fatto aspettare tutti i tuoi clienti in tutti questi anni. Non basteranno due eternità”.

 

Un rumorosissimo “nooooooooooooo” ci accompagnò mentre ci allontanavamo. Il destino di Matteo era segnato e nulla, neanche l’intervento di Mimmo avrebbe potuto salvarlo, anche perché, in fondo, si meritava questa punizione.   

 

 CAPITOLO VIII 

 

Cominciavo a vedere una luce più forte, ma le anime che popolavano la sesta cornice erano bianche cadaveriche, impaurite e straziate dalle troppe punizioni subite.  

 

Mi apparvero quindi fuori luogo e sospetti il sorriso ed la calda stretta di mano che mi accolsero nello spiazzo che raggiungemmo. Il luogo, pieno di anime in pena, era gestito dall’Angelo dell’Astinenza, il signor Ermenegildo La Roccia, proprietario dell’omonimo hotel che ci ha ospitato benissimo durante il soggiorno in trentino. “Buongiorno signori, dentro c’è ancora un componente della vostra squadra che non riesce più a separarsi dai nostri cibi ed i nostri vini”.

 

Poco distante una vista orribile: seduto al tavolo c’era Metin, il colosso che viene dal paese delle Aquile con un imbuto in bocca nel quale un collaboratore dell’Angelo dell’Astinenza versava incessantemente il vino rosso di cui tanto Metin ha fatto incetta durante la trasferta.  Ogni tanto la colata di vino veniva sospesa e venivano portate le migliori pietanze tipiche dell’Alto Adige, che il povero ragazzo razziava in quantità abissali, tanto che ormai sembrava un pallone aerostatico, solo più sorridente. Mi sono avvicinato al nostro giovane con intento salvifico ma sono stato subito respinto. “Lasciami stare, qui si mangia bene” mi disse addentando un tozzo di pane, e proseguì dopo “la mia bellezza non si discute, sono la terza scelta dell’angelo di Gallarate dopo Diego e Ale Guida. Volevo solo mettere su un po’ di massa per piacere ancora di più alle donne e applicare i tanti bei consigli pratici che i nostri allenatori mi hanno dato in questi giorni”.

 

In quel mentre trangugiò un intero piatto di gnocchetti agli spinaci ed una caraffa di vino rosé della Val di Fiemme. Una curiosità sorse in me. Rispetto ai compagni prima incontrati, Metin sembrava l’unico contento della pena che stava vivendo. Non capivo come mai potesse lasciarsi prendere così da qualcosa di evidentemente dannoso. Ormai era ad un passo dall’alcolismo.  La mia guida anche in questo caso mi aprì gli occhi sulla realtà. “Giovanni, più saliamo più ci avviciniamo al Paradiso, e le pene sono sempre meno pressanti perché le colpe sempre meno intollerabili”. Provai ad  azzardare una diversa chiave di lettura”Presidente, ma secondo me potrebbe anche essere che salendo in altitudine a questi gli manca l’ossigeno nel cervello e si stanno rincretinendo, non credi?”

 

Il Presidente sentenziò deciso “Giovanni, ascoltami, ti ho detto io qual è il motivo. Salendo in altitudine i nostri amici hanno sempre meno ossigeno al cervello. Si stanno rincretinendo! Dammi retta!!”. “Mha veramente.... vabbè” lasciai cadere il discorso e ributtai lo sguardo su Metin, un passato da Yoghi della squadra, un futuro da pachiderma ubriacone.   

 

 

CAPITOLO IX

 

 D’istinto gli occhi mi si chiusero e le pupille reagirono dilatandosi al massimo, quando giungemmo alla settima cornice.  La vetta si avvicinava e la luce cominciava a filtrare decisa.

 

Anche la temperatura cominciava ad alzarsi. Non eravamo esposti appieno alla luce del sole, ma il buio ed il gelo dei piani più bassi lasciarono spazio a situazioni più miti. In questo contesto di anime in redenzione ma tutto sommato ben sistemate, incontrai con gioia uno dei pochi amici che ancora non avevo ritrovato. “Porca miseria anche qui a rompere sei? Non bastava che mi dannassi come compagno di stanza”

 

Era Adriatik, condannato nella cornice dei Lussuriosi per i piaceri a cui si è abbandonato nel bellissimo hotel di Cavalese.  Al pari di quanto fatto in hotel era adagiato in una immensa vasca idromassaggio appoggiato al bordo con aria serena. In realtà non riusciva a comunicare se non con il linguaggio dei muti, la sua bocca era cucita. “Amico mio” ripresi appena resomi conto del triste destino che stava vivendo” perché condannato al mutismo, seppur immerso in questo piacevole contesto?” “Giovanni amico mio” mi mimò, “questa bella piscina è solo apparenza. In realtà queste bolle non sono frutto di congegni idraulici, bensì di problemi intestinali di quei ciccioni seduti poco lontano. Il tanfo che tu riesci a non sentire, io non posso evitarlo. Ho la bocca cucita per le troppe battute del cazzo, a cui solo io ridevo, che ho fatto in questi giorni. Mi è così stato impedito di aprire bocca e di conseguenza non posso neanche evitare di inspirare il tanfo che invade questa piana”.

 

“Te l’avevo detto io di stare sitto” intervenne il Presidente, “voi non mi date retta... fate come volete e poi venite a piangere”. Il povero Adriatik era sempre più triste e depresso, ma almeno non faceva battute. Proseguimmo sempre più vicini all’apice di questo monte. Sentivo che la fine era vicina, sentivo le forze che mi  abbandonavano per l’aria sempre più rarefatta e per le radiazioni del Paradiso (a cui io non potevo accedere in quanto iracondo) che si avvicinava. Presidente...”, dissi sempre più debolmente ”... cosa vuol dire tutto ciò? Per cosa stanno queste parole? Il senso lor m’è duro” “Sapessi a me” ci interruppe una voce.

 

Ebbi a quel punto la visione di uno spirito all’apparenza sconosciuto, che cominciò a parlarmi, ma io non capivo cosa dicesse. “Chi sei?” gli chiesi, “CHI SEI?“ urlai. “Parlami! Perché tu, perché io, perché qui?” I sensi mi stavano abbandonando.Quattro presenze angeliche, di cui tre molto giovani, tenevano un trono ognuna da una gamba diversa. Vestite con tuniche rosso blu e corone di alloro, erano in chiara adorazione verso colui che mi parlava. I quattro angeli mi volsero uno sguardo di compatimento, capivano che la mia fine era vicina e che la cornice dei Lussuriosi, nella parte dedicata ai desideri carnali, sarebbe stata l’ultima tappa di questo lungo viaggio. La mia guida mi aveva abbandonato e i quattro Angeli vennero a prendermi per portami al cospetto di colui che mi rivolse le ultime parole che io ricordi.

 

A quel punto fui accecato dalle luce. Dietro di lui potei scorgere le porte del paradiso, ma prima avrei dovuto carpire di chi si trattasse e cosa facesse lì quest’anima in dolce compagnia di angeli che l’adoravano. Cominciò a parlare e con le pochissime forze rimastemi riuscii ad udire ed a capire infine di chi si trattava e perché fosse lì.  

Io son colui che vive a pensier fisso,
Parlar di ciò ch’io amo non è duro
Non mi dilungo e non sarò prolisso,
Il mio disio è spesso bello e scuro. 
Io son Cataldo bomber cannoniere
Che per l’amor dei pochi fili neri
Cicuta ne berrebbe anche un bicchiere
Se in cambio avessi sempre versi veri. 
Ormai tu avrai capito ciò che adoro
È vero, quel che dico è forte e duro
Ma quando assaggio il bello pomodoro,
Anch’ io non scherzo, di questo stai sicuro.

 

 

  

 Dopo queste parole caddi, come corpo morto cade.

 

 

 SCARICA IL SONETTO

 

 

 

Bookmark and Share
 
Sezione AIA Nichelino